Il jazz torna a Nardò, e questa volta fa sul serio.
di Vincenzo Candido Renna
C’è un momento preciso in cui un festival smette di essere una promessa e diventa una realtà. Per il Nardò Jazz Festival, quel momento è arrivato con la sesta edizione. Tre sere, dal 26 al 28 giugno, sotto il cielo della Villa Comunale: ingresso libero, inizio alle 21:30, e un cartellone che farebbe invidia a palcoscenici con molti più zeri nel budget.Chi conosce il Salento sa che questa terra ha un rapporto antico con la musica. Non come sottofondo, non come colonna sonora turistica da consumare tra un’orecchietta e un tramonto, ma come fatto culturale profondo, radicato, quasi geologico. Eppure per decenni il jazz — quella musica di confine, di meticciato, di intelligenza emotiva — è rimasto ai margini del racconto ufficiale di questa terra. L’associazione Punto d’Incontro APS ha deciso di cambiare le cose nel 2021, partendo da Villa Tabor con il coraggio di chi non ha molto da perdere e molto da guadagnare. Cinque anni dopo, il quadro è radicalmente diverso.Duemila presenze nell’edizione 2025. Non è un numero da ignorare. È la misura di una comunità che ha deciso di riconoscersi attorno a qualcosa di bello, e che ogni anno torna ad aggiungersi alla stessa storia. Il festival è diventato un appuntamento, non un episodio. Ed è proprio questa continuità — questa ostinazione gentile — a rendere la sesta edizione particolarmente significativa.Il programma 2026 racconta tre anime distinte, tre serate che non si somigliano e non vogliono somigliarsi.Si apre venerdì 26 con il Francesco Schepisi Quintet e “The Elevation Project”. Schepisi è un pianista barese che porta nel DNA musicale quella capacità tutta mediterranea di fare dialogare tradizioni lontane senza che nessuna perda la propria voce. Il jazz afroamericano e il lirismo del nostro mare non sono opposti: in mani giuste, si completano. Ad affiancarlo c’è Gaetano Partipilo al sax alto, uno dei nomi più rispettati del jazz italiano contemporaneo, capace di quella tecnica che non si vede mai perché è tutta al servizio dell’emozione. Una serata per chi vuole capire dove sta andando il jazz italiano: non a rincorrere modelli stranieri, ma a trovare la propria strada.Sabato 27 è la serata del blues e dell’Hammond, quell’organo che sembra fatto apposta per accendere l’aria di giugno. Giancarlo Del Vitto, chitarrista leccese, presenta “OnTheGreenSide” con il sound caldo e sfrontato dell’hard bop e del funk. C’è qualcosa di fisicamente irresistibile nella combinazione tra chitarra elettrica, organo Hammond e batteria: è musica che non chiede il permesso di entrare nel corpo. Con il sax tenore di Gianfranco Menzella come ospite speciale, quella che potrebbe sembrare una serata di piacere senza pretese rivela invece tutta la sua profondità. Il blues non è musica semplice: è musica onesta. E l’onestà, di questi tempi, è una virtù rara.Poi arriva domenica 28, e il festival cambia registro definitivamente. Sale sul palco di Nardò — di Nardò, Lecce, Puglia, Italia — Mônica Salmaso. Il New York Times l’ha definita una delle voci più pure e talentuose dell’intero panorama brasiliano. Ha lavorato con Chico Buarque. Ha al suo fianco Nelson Ayres, che ha suonato con Dizzy Gillespie e Milton Nascimento, e Teco Cardoso, che ha calcato i palchi di Parigi e New York. “Alma Lirica Brasileira” è il nome del progetto: già il titolo dice tutto. La musica brasiliana porta con sé una qualità rara, quella capacità di essere contemporaneamente popolare e sofisticata, immediata e infinitamente profonda. Sentirla in un giardino storico di una piccola città del Salento, di notte, gratis, è il tipo di esperienza che si porta dietro per anni.C’è una domanda che vale la pena farsi: cosa significa costruire un festival in un luogo come Nardò? Non in una metropoli con un circuito consolidato, non in una città universitaria con il suo pubblico naturale, ma in un centro storico del basso Salento, bello e fiero e distante da tutto. Significa scommettere che la qualità culturale non ha bisogno di grandi numeri per esistere. Significa credere che i talenti locali — e il Salento ne produce in abbondanza, come Schepisi e Del Vitto dimostrano — meritino gli stessi palcoscenici dei grandi nomi internazionali. Significa, soprattutto, trattare i propri concittadini come persone capaci di apprezzare il meglio, non come un pubblico da accontentare con qualcosa di facile.Questa è la doppia anima del Nardò Jazz Festival, la formula che lo rende interessante al di là del mero calendario degli eventi: da un lato, l’attenzione ai giovani talenti pugliesi, che trovano qui un contesto serio in cui crescere e confrontarsi; dall’altro, il salto internazionale, il nome che arriva da lontano e porta con sé una risonanza globale. Non è una contraddizione: è una pedagogia. Si impara ascoltando chi sa più di noi, e si insegna creando le condizioni perché i più giovani possano farlo.Tre sere di giugno, una villa comunale, il cielo sopra. C’è posto per tutti.


















