di Maria Taccogna

​LECCE – Doveva essere una giornata di sport, di passione, di tifo pulito e di condivisione. Il campo ha espresso il suo verbale: l’Olympic Lecce si è imposta sulla Virtus Collepasso con il punteggio di 3-2, portando a casa una vittoria conquistata sul terreno di gioco. Ma il risultato sportivo, oggi, passa inevitabilmente in secondo piano. A fare rumore, purtroppo, è l’ennesimo ed inaccettabile episodio di follia che nulla ha a che fare con il pallone.​ Durante la partita, un gesto sconsiderato da parte della tifoseria ospite ha trasformato un momento di festa in una tragedia sfiorata: il lancio di un petardo ha colpito un bambino di soli 8 anni, figlio di un dirigente della squadra di casa.​ Un gesto vile, codardo e inaccettabile. Colpire un bambino, il simbolo stesso dell’innocenza e del futuro dello sport significa aver smarrito del tutto il senso della realtà e il rispetto per la vita umana. Non ci sono scuse, non ci sono giustificazioni cromatiche o di fede calcistica che tengano. ​Il calcio non è violenza. Il calcio è unione: è la capacità di stringersi attorno a una passione comune, di gioire insieme per un gol o di stringersi la mano dopo una sconfitta. È serenità e condivisione. ​Quando una tifoseria o un singolo individuo compiono gesti di questo tipo, non stanno sostenendo la propria squadra: stanno tradendo lo sport stesso e infangando i sacrifici di società, dirigenti, atleti e famiglie che ogni settimana mettono tempo e cuore sul campo. ​Alla famiglia del piccolo, al dirigente e a tutta la comunità dell’Olympic Lecce va la totale vicinanza e l’augurio di una pronta guarigione. L’auspicio è che le autorità competenti facciano piena luce sull’accaduto e che si prenda una posizione netta: la violenza deve rimanere fuori dagli stadi e dai campi di periferia. Restituiamo ai bambini il diritto di sognare e di vivere lo sport in serenità.