LECCE – Non è soltanto una salvezza. Non è solo un traguardo sportivo. È qualcosa che va oltre il calcio, oltre i novanta minuti, oltre una classifica. Il Lecce resta in Serie A per il quarto anno consecutivo e il Salento intero può stringersi in un abbraccio che sa di orgoglio, sacrificio e appartenenza. Una permanenza costruita con il cuore, prima ancora che con i numeri. Con la sofferenza di un campionato vissuto sempre sul filo, con la forza di un gruppo che non ha mai smesso di crederci e con una città che, ancora una volta, ha dimostrato di sapersi rialzare insieme alla propria squadra. È la vittoria della società, che negli anni ha saputo costruire passo dopo passo un progetto credibile e solido. Del presidente Saverio Sticchi Damiani, capace di guidare il club con equilibrio, visione e senso di appartenenza anche nei momenti più complicati. Dello staff, dei calciatori, di chi lavora lontano dai riflettori e rende possibile tutto questo ogni giorno. Ma è soprattutto la vittoria della gente. Dei tifosi che hanno riempito il Via del Mare anche quando il peso della paura si faceva sentire. Di chi ha macinato chilometri, sofferto, sperato, contestato e poi applaudito. Di un territorio intero che si riconosce in quei colori e che vive il Lecce come una parte della propria identità. Quattro anni consecutivi in Serie A, per una realtà come quella giallorossa, non sono un dettaglio. Sono un risultato storico, conquistato contro squadre con budget più grandi e piazze più abituate a certi palcoscenici. Ed è forse proprio questo a rendere tutto ancora più bello. Un grazie speciale va ancora al presidente Saverio Sticchi Damiani e a tutta la società giallorossa, perché con poche risorse ma con tantissimi sacrifici continuano a far sognare il popolo leccese. In un calcio dove spesso comandano i grandi investimenti, il Lecce continua a dimostrare che passione, idee e amore per la propria terra possono ancora scrivere pagine straordinarie. Perché il Lecce non rappresenta soltanto una squadra di calcio. Rappresenta un popolo. E questa salvezza, oggi, parla il linguaggio dell’unione. Quello di una terra che, ancora una volta, resta dove merita di stare: nel calcio che conta.

di Maria Taccogna